Nicola Greco

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A volte sono scelte, a volte sono i limiti

November 23rd, 2009 · 1 Comment · Life, Riflessioni

In questi giorni post-Venice Session, post-Capitale digitale (ve ne parlerò presto, anche se quanto scritto da Marco Massarotto è davvero esauriente), sono stato a contatto con persone e situazioni che mi hanno fatto riflettere molto.

Riflettere principalmente sulla lingua e sui limiti del non-parlare inglese, soprattutto in quest’era, dove essere cittadino di internet, vuol dire essere cittadino del mondo.

Tutto inizia tempo fa, quando come sviluppatore di estensioni di WordPress e BuddyPress per partecipare nei forums di discussione per comunicare con gli altri ero costretto a parlare in inglese, e quindi tutti i miei progetti come la comunità internazionale di sviluppatori che ho seguito, sono stati in lingua inglese per necessità.

Alla cena del Venice Sessions a tavolo con vari relatori e organizzatori, ho capito quanto nel futuro, ma anche nel presente, non sapere l’inglese vuol dire essere fuori da una parte di mondo. Eravamo tutti italiani, ma sono bastate due persone di lingua inglese, che il nostro tavolo è diventato anglofono. Due persone per far parlare tutti in inglese. Non credevo fosse così potente.

Un’altra situazione dalla quale ho appreso molto è stata a Capitale Digitale quando ho conosciuto e ho confrontato le mie idee, le mie esperienze con Daniel, il CEO 16enne di San Francisco. Non ha nessun limite, non solo a livello di comunicazione.
Parlando abbiamo scoperto che non facciamo cose diverse quindi su internet siamo molto simili, ma viviamo in due realtà diverse. L’inglese gli permette di conoscere tante persone anche in rete con molta più facilità. Per quanto possa conoscere l’inglese, il mio è sempre inglese scolastico, se non un po’ di più, ho avuto modo di conoscere anche io molte persone. E’ diverso, non è detto che sia sempre una cosa negativa.

Conoscendo quindi tante persone in Italia, in questo caso parlo di persone che conosco su internet (e anche nella vita offline, perchè no?), sono un po’ costretto ad esprimermi in italiano, ma allo stesso tempo, per non perdere i contatti con le persone non-italiane sono anche un po’ costretto a parlare in inglese.

Questo post/riflessione nasce da una mia domanda su twitter, dove chiedo in che lingua dovrei scrivere sul mio blog personale. Di risposte ne ho ricevute diverse, alcune molto stimoltanti. Questo blog è il mio blog personale, il mio blog tecnico è WorkingViral, ma ve ne parlo presto.

Ho deciso di scrivere in italiano qui, per non perdere le persone che già mi seguono e in inglese, com’è ovvio, sul blog tecnico (blog professionale, come dice qualcuno).

A volte sono scelte, quando siamo noi a scegliere, a volte sono i limiti, i nostri limiti imporci cosa scegliere. Aveva ragione Pavolini, quando mi diceva “Vai tranquillo, l’inglese del business è molto più facile“, scrivere a mano libera su un blog personale potrebbe essere un po difficile.

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1 response so far ↓

  • 1 antonio pavolini // Nov 26, 2009 at 12:25 am

    anche perchè l’inglese che si parla in azienda è una lingua franca drammaticamente semplificata. e a Londra, di recente, mi sono reso conto che persino gli inglesi si sono rassegnati a doversi adeguare, quando hanno di fronte (e succede il 90% delle volte) interlocutori di altri paesi. ma è quella la loro forza: la compatibilità verso il basso. se ci pensi, è la stessa forza di certi linguaggi e standard informatici :)
    a

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